Le economie asiatiche e il loro ruolo nell'uscita dalla recessione al centro dell'intervista a Andrea Bonardi, presidente dell’Italian Chamber of Commerce in Singapore e Rappresentante delle Camere di Commercio Italiane dell’Area Asia-Sudafrica.
Dopo il rallentamento della crescita del PIL sperimentato nel 2009 a causa della crisi internazionale, lo sviluppo delle economie asiatiche è ripartito ad un ritmo particolarmente sostenuto. I dati del 2010 danno segni più che positivi per tutti i paesi dell´area Asia (Cina, Cina-Hong Kong, Emirati Arabi Uniti, Giappone, India, Singapore, Thailandia) ed anche per il Sudafrica. Le economie asiatiche sembrano insomma fare da apripista nell´uscita dalla recessione.
Senza dubbio l´Asia orientale sta svolgendo un ruolo essenziale nella ripresa dell´economia mondiale, anticipandone i tempi e costituendone la vera e propria locomotiva. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Cina potrebbe tornare ad una crescita a due cifre, chiudendo il 2010 ad un tasso del 10 per cento; l´India seguirebbe a ruota con un +8,5%, secondo l´Asian Development Bank. Anche per le altre economie dell´area i segnali sono più che incoraggianti. L´Asia che esce dalla crisi è comunque diversa rispetto al passato: le economie asiatiche - anche quelle tradizionalmente export-led e basate sul manifatturiero – stanno puntando, infatti, non più solo sull´incremento della produzione, ma anche su maggiori investimenti in ricerca e innovazione. La crisi ha inoltre determinato una nuova centralità dell´Area nella finanza internazionale: grazie alle enormi disponibilità finanziarie acquisite con i costanti attivi commerciali, questi Paesi (in primis la Cina) si candidano a svolgere una funzione di riequilibrio del sistema finanziario, soprattutto nel sostegno al deficit americano, la cui importanza è testimoniata dalle pressioni internazionali di cui è oggetto, da svariati mesi, il tasso di cambio dello yuan. Il fatto che la crisi si sia tradotta in una contrazione della domanda estera ha infine determinato un rinnovato interesse da parte dei governi per lo sviluppo del mercato interno. Si prenda, di nuovo, il caso cinese. La crescita della Cina oggi è forse attribuibile più alla domanda interna per consumi e per infrastrutture che alle esportazioni verso i paesi occidentali, che pure per tutto il 2010 hanno fatto registrare un´impennata rispetto al dato del 2009. I consumi sono trainati dalle iniziative pubbliche per l´ammodernamento infrastrutturale del paese e dalla crescita della classe media, che si associa a sua volta ad una spinta fortissima verso l´urbanizzazione. È indicativo che, dall´inizio dell´anno, nonostante lo yuan fortemente svalutato, le importazioni abbiano fatto costantemente registrare un aumento di poco inferiore a quello dell´export (+24,1% contro +25,1% su base annua a settembre). Il dato dimostra l´esistenza di una domanda interna in consumi ed investimenti in costante aumento che, con l´allargamento della classe media, si orienterà sempre più verso beni e servizi di alta gamma in cui le produzioni italiane possono essere competitive, soprattutto se alla fine Pechino cederà alle pressioni internazionali che richiedono un rafforzamento della sua valuta.
I paesi asiatici sono quindi una tappa obbligata per le imprese italiane nel 2010. Quali sono le strategie da attuare?
È indispensabile muoversi su un doppio binario: da un lato, affinare i meccanismi per lo sviluppo delle esportazioni puramente commerciali; dall´altro, fare un salto di qualità ed incrementare gli investimenti diretti. In questo senso, Emirati Arabi Uniti, Singapore e Hong Kong rappresentano degli hubs strategici per sviluppare la presenza imprenditoriale nell’Area, sia perché i costi di investimento in questi Paesi sono molto limitati siano perché costituiscono degli avamposti che facilitano l’ingresso in realtà come Cina, India, Corea, Vietnam e Indonesia, ma anche Sudafrica (da Singapore soprattutto) e Australia. In questo modo, inoltre, le PMI italiane sono meno esposte al rischio di bruciarsi investendo direttamente nei mercati più grandi (rischio fortemente connesso al loro assetto dimensionale) e possono poi approcciarli da questi hubs, dopo una fase di studio di fattibilità, in maniera più consapevole e strutturata.
Guardando invece all’aspetto puramente commerciale, l´Italia ha registrato una buona performance esportativa nei confronti della Cina, verso cui, persino nell´annus horribilis 2009, si è sperimentato un aumento delle vendite del 3,4%, trainato dalla meccanica. A settembre 2010, la Cina è stato il Paese verso cui si è registrato il maggior incremento tendenziale delle nostre esportazioni (+47,8%). Tuttavia ci sono ampi margini di miglioramento, sia per settori che per Paesi. In India c´è, ad esempio, grande interesse per il Made in Italy tradizionale (moda, agroalimentare, design, nautica), ma anche per comparti a maggior valore aggiunto. Non a caso, l’Italia occupa il 5° posto mondiale per collaborazioni nel settore tecnologico. Vi sono ottime opportunità di investimento anche in settori come l’edilizia e le infrastrutture, grazie ai piani di sviluppo del Governo locale. Molti Paesi, infatti, hanno varato programmi di investimento governativi ed incentivi agli IDE per contrastare gli effetti della crisi. Ad esempio, la Thailandia ha adottato una serie di facilitazioni nei settori delle energie alternative, delle mega infrastrutture e del turismo. EAU, India e Cina hanno da anni dato vita ad alcune Zone Economiche Speciali.
Al fine di cogliere queste opportunità, si rivelano spesso strategiche grandi “vetrine globali”, come quelle recentemente concluse dell´Expo Shanghai e dei Mondiali di calcio in Sudafrica, che rappresentano delle vere e proprie teste di ponte per radicarsi sui territori e partecipare alle opere di ammodernamento spesso connesse alla realizzazione di grandi eventi di questo tipo. Il Sudafrica, inoltre, è una piattaforma essenziale per il controllo dell´Africa Sub-Sahariana, ricca di materie prime e risorse agricole e quindi importante fonte di approvvigionamento per le imprese italiane.
Di cosa hanno bisogno le imprese italiane per cogliere le opportunità offerte da questi mercati?
L´Asia rappresenta al tempo stesso un´opportunità ed una sfida. Quelli dell´Area sono mercati difficili per dimensione, lingua, e per la presenza di grandi differenze da paese a paese. La penetrazione di questi mercati richiede pertanto un´adeguata informazione, in base a cui calibrare le strategie di marketing, ed un approccio coordinato tra le imprese che altrimenti, soprattutto se piccole e medie, potrebbero incontrare difficoltà in mercati cosi grandi e competitivi. Per queste stesse ragioni, non paga la strategia del “mordi e fuggi”: l´Asia è un mercato in cui bisogna radicarsi stabilmente.
Che ruolo svolgono in tal senso le CCIE dell´Area Asia e Sudafrica?
Le Camere possono svolgere un ruolo fondamentale nell´incentivare l’aggregazione di imprese e nel fornire informazioni e suggerimenti a proposito di mercati che, in quanto associazioni di imprenditori italiani ed asiatici, conoscono “in presa diretta”, essendo parte integrante della comunità d’affari locale.
Da tempo le CCIE dell’Area si stanno muovendo per sviluppare progettualità che veicolino l’immagine di un prodotto italiano capace di coniugare tradizione artigiana e innovazione e di venire incontro alle esigenze di diverse tipologie di consumatori. Perché è solo attraverso la trasmissione del reale valore di consumare italiano che si possono aprire nuovi spazi in questi mercati.
Un esempio di questa capacità progettuale è l’iniziativa che ha coinvolto le CCIE dell’Area nella promozione del vino in Asia e Sudafrica. Il vitivinicolo è un settore che, nonostante i volumi mossi a livello mondiale, fatica ad imporsi nei mercati asiatici, eccezion fatta per Giappone e Thailandia: ciò a causa della concorrenza dei marchi francesi e dei più economici vini del Nuovo Mondo, ma anche per una strategia di penetrazione finora troppo frammentata e mancante di un unico “brand Italia” di riferimento. Eppure, in una fase di contrazione dei consumi a livello mondiale e di allargamento della platea di Paesi produttori, i mercati più promettenti sono proprio quelli asiatici: il consumo di vino sta infatti crescendo a una velocità quattro volte superiore a quella media mondiale, con un incremento che, tra il 2009 e il 2013, è stimato del 25%. Per questo, nel 2009 le CCIE in Cina, India, Hong Kong, Thailandia, Singapore e Sud Africa hanno prodotto un´indagine, sottoforma di DVD, sulle caratteristiche e le opportunità nel mercato del vino nei rispettivi paesi. Quest´anno, ci siamo impegnati nella diffusione delle informazioni raccolte presso gli operatori italiani, tramite una serie di road show organizzati in collaborazione con il Sistema Camerale italiano. Il taglio degli incontri è stato molto operativo, con l’obiettivo di fornire alle imprese un quadro dettagliato delle concrete opportunità a livello d´area e per paese, oltre alle informazioni pratiche su trasporto e legislazione doganale. Le aziende partecipanti, inoltre, hanno potuto approfondire le proprie richieste attraverso incontri personalizzati. Il grande interesse che ha suscitato la nostra iniziativa – con oltre 300 operatori presenti alle diverse tappe nelle città italiane – conferma che le CCIE contribuiscono in maniera significativa ad una più efficace promozione del Made in Italy, attraverso la messa in rete di informazioni strategiche sui mercati di presidio.






